venerdì 4 dicembre 2009

Sabato 5 dicembre

Giovedì mattina abbiamo lasciato Vilankulo e ci siamo diretti ad Inhassoro, tappa quasi obbligata per un buon bagno. C’era bassa marea e la spiaggia era letteralmente coperta da piccole alghe lasciate dall’acqua che si ritirava. Bagnarsi è stato come immergersi in un brodo primordiale. Ci siamo fermati per un brunch in un bungalow-ristorante con vista sulla spiaggia: paesaggio stupendo e bell’edificio ma servizio di una lentezza esasperante. Mancavano anche le cose più semplici in un luogo che dovrebbe essere un richiamo per i turisti: succhi di frutta finiti alle 10.30 del mattino, niente toast perché il tostapane è avariato, succo di limone chimico importato dal Sudafrica invece di una fetta dell'agrume che si trova in abbondanza ovunque e confusione nelle ordinazioni (da notare che nel locale con più di 100 posti c’eravamo solo noi 3 con 2 camerieri a nostra disposizione). Alle 11.30 riprendiamo la strada per Beira, Mancano circa 500 km ma la macchina va che è un piacere, la strada è buona e il tempo stabile. Solo a un centinaio di km da Beira ci coglie un violentissimo acquazzone. Cielo, asfalto e terreno circostante si fondono in un grigio indefinito che ci costringe a ridurre drasticamente la velocità.
Arriviamo a Inhamizwa (dove i Padri Bianchi hanno due comunità) alle 16.30. Ad accoglierci c’è fratel Franco. Le stanze, piccole ma sufficienti per un breve soggiorno, sono roventi. Cominciamo a sudare come se fossimo in una sauna, anzi in un bagno turco, visto il grado di umidità. A cena c’è un’ottimo pesce e un bicchiere di vino. Ci corichiamo verso le 11 e poco dopo scoppia un formidabile temporale con una serie spettacolare di fulmini e tuoni che però non mi impediscono di addormentarmi. Mi sveglio nel cuore della notte, fradicio di sudore: il temporale ha causato un black out, il ventilatore si è fermato e il bagno turco è ricominciato.
La mattina di venerdì è dedicata alla visita al centro di formazione di Nazaré gestito dai Padri Bianchi, il pomeriggio passiamo a visitare il centro Dream per la prevenzione della trasmissione dell’Aids dalle mamme ai loro bebé. Il progetto è stato lanciato e finanziato dalla comunità di Sant’Egidio. Ci fermiamo anche vicino alla casetta dove ho alloggiato nei miei primi tre anni in Mozambico, dal 1988 al 1991. Le strade di accesso sono al limite del praticabile: è come trovarsi in una palude, e siamo solo all’inizio della stagione delle pogge!
Proseguiamo poi per Beira, che si trova a 10 km. È la seconda città del Mozambico, ufficialmente con mezzo milione di abitanti ma probabilmente molti di più. È una città che non riesce a ripartire: la crisi del vicino Zimbabwe ha avuto un profondo impatto sugli introiti che provenivano dal commercio che fluiva attraverso il porto di questa città. Faccio vedere ai miei amici il (tristemente) famoso Grande Hotel:
anticamente un albergo di lusso, ora una decrepita e cavernosa costruzione pericolante che pare ospitare circa 3.000 persone. I lettori di Africa si ricorderanno che gli abbiamo dedicato un articolo nel numero 2 di quest’anno.
Il caldo afoso ci accompagna tutta la giornata: solo in serata troviamo un po’ di refrigerio in una tranquilla passeggiata in riva al mare.
Oggi si parte verso il nord: prossima tappa la missione di Murraça, lungo le sponde del fiume Zambesi. Lunedì dovremmo raggiungere il Malawi dove ci fermeremo 4 0 5 giorni. A risentirci appena troveremo una connessione a Internet.
Questa volta non ci sono immagini: la connessione internet e' talmente lenta che ci vorrebbe una mattinata a caricare le foto.

Nessun commento:

Posta un commento