giovedì 2 dicembre 2021

Martedì 22. Cerimonia funebre

 

Oggi vado a Boane in compagnia dell’Arcivescovo Francesco per il funerale di un giovane che viveva nella comunità dei padri Salvatoriani che hanno portato avanti la parrocchia negli ultimi due anni. Causa della morte: complicazioni dovute al sistema immunitario pesantemente indebolito dal Covid 19 che aveva contratto agli inizi dell’anno.


Sono le 7.30 del mattino e mentre attendo che l’arcivescovo finisca di prepararsi, la suora alla reception annuncia l’arrivo del “motorista”, l’autista mandato dalla parrocchia a prenderci. Alzo gli occhi e in controluce vedo un  uomo che mi chiama per nome ma che, anche a causa della mascherina che indossa, non riesco a riconoscere. Quando l’abbassa e con un grande sorriso mi dice “ Sono Rafael!” riconosco immediatamente la persona che più di trent’anni fa faceva parte del gruppo giovani della parrocchia di São Benedito dove cominciai la mia esperienza missionaria. Adesso è un uomo sposato, fa il veterinario e vive nella parrocchia di Boane. Sono rimasti intatti i modi gentili e la voce sommessa che aveva fin da ragazzo.

L'arcivescovo incensa la bara
In chiesa siamo un po’ stipati, anzi troppo, considerando le misure restrittive ancora in vigore. Tutti sono mascherati e girano bottigliette di disinfettante per le mani. Noto una cospicua presenza di militari in uniforme e non mi spiego il perché pur sapendo che dall’altra parte della strada c’è un esteso insediamento militare. Solo dopo la messa qualcuno mi dirà che il papà dello sfortunato è un militare di professione che risiede nell’accampamento.

Al camposanto 
Durante la cerimonia comincia a cadere una pioggia minuta ma molto fitta che ci accompagnerà per buona parte della giornata. Al termine riprendiamo la macchina e ci avviamo sulla strada che conduce al cimitero. Noi siamo tra i primi ma ci vuole un po’ prima che tutta la comitiva arrivi sul posto. Nel frattempo sono bagnato fradicio e rimpiango di aver dimenticato l’ombrello a casa. Le preghiere, il saluto finale e il riempimento della fossa (a mano) richiedono un bel po’ di tempo. Continua a piovere e non sapendo bene a che ora finirà il tutto mi guardo in giro e incrocio lo sguardo del buon Rafael che capisce al volo. Si avvicina, mi allunga le chiavi della macchina e mi consiglia di mettermi al riparo. Una volta in vettura non trovo niente di asciutto da mettermi e allora indosso di nuovo il camice della messa che mi terrò per il resto della giornata.

Dopo un bel po’, sguazzando sul sentiero divenuto fangoso, arrivano gli altri miei compagni e ripartiamo, questa voltain direzione dell’accampamento. Sotto una grande tenda militare trovano posto un centinaio di persone. Altre preghiere e poi il pranzo è servito. Quando prendiamo il commiato sono le 2 passate e arriviamo in città alle 3 e mezzo. Siamo partiti alle 7.30.

mercoledì 17 novembre 2021

Permesso di lavoro. Telenovela (in)finita

 Ieri è stata una giornata molto calda a Maputo, con una temperatura percepita attorno ai 40°. Avevo un appuntamento all’Ufficio immigrazione per le 12,45 (certamente non l’ora più fresca del giorno). Dopo aver raccolto gli ultimi due documenti che mancavano, mi presento in bermuda fino al ginocchio (più che dignitosi) e maglietta. All’entrata c’è un addetto alla sicurezza che controlla la temperatura corporea. Mi squadra e mi dice che non posso entrare. Lo guardo allibito egli chiedo perché. “Perché qui gli uomini entrano solo con i pantaloni lunghi” mi risponde. In quell’istante mi ricordo che in Mozambico entrare in un ufficio pubblico richiede lo stesso abbigliamento che per un luogo di culto.

Venditore di ricariche telefoniche
Venditore di ricariche per cellulari
L’alternativa è quella di tornare a casa sfidando il traffico micidiale di Maputo e rischiando di arrivare in ritardo all’appuntamento. Un ragazzino lì accanto, che sta vendendo ricariche per cellulari (sistema molto pratico: se il tuo credito telefonico sta per esaurirsi, praticamente a ogni angolo c’è qualcuno che ti vende codici di ricarica di vario taglio) e che ha ascoltato lo scambio, mi vede per un momento smarrito e mi dice: “Amico, non c’è problema, c’è là Erminio che affitta pantaloni!” e con questo mi indica un giovanotto sul lato opposto del marciapiede. Mi avvicino, sicuro di essere capitato in una di quelle situazioni da telecamera nascosta, ma il bravo Erminio ha già affondato la mano in uno zainetto e ne estrae un paio di jeans, apparentemente puliti, e mi dice: “150 meticais (2 euro) per tutto il giorno!” Sempre con la sensazione che qualcuno mi stia filmando di nascosto, mi infilo i jeans sopra i bermuda tra l’indifferenza generale dei passanti e sentendomi come in un’armatura (il tessuto è così spesso da poter fermare un proiettile!) mi avvicino di nuovo all’entrata. Questa volta non c’è nessun problema, nonostante i pantaloni siano sostanzialmente appesi attorno alla vita visto che non sono riuscito a chiudere né la cerniera né il bottone in alto.

Entro e mi trovo in uno stanzone coperto da lamiere ondulate. Mi metto in fila davanti a un tavolino dov’è seduto un funzionario. Il pavimento è in cemento ma l’area davanti alla scrivania è una buca rettangolare piena di sabbia (come per il salto in lungo) e ancora stamattina me ne sto domandando la ragione. Non ci sono numeri da staccare all’entrata per cui si avanza in una fila più o meno ordinata ma costantemente “attaccata” ai lati dai soliti furbi che vengono regolarmente respinti dal funzionario ma che esercitano una costante azione di disturbo. Di conseguenza il suo lavoro è pesantemente rallentato e la fila avanza a passo di lumaca.
Un chapa. Questi minibus, omnipresenti, garantiscono
il trasporto urbano in quasi tutte le città africane
Dopo circa tre quarti d’ora consegno il tutto (una decina di documenti) e tiro un sospiro di sollievo perché mi si dice che non manca nulla. Adesso si tratta solo di aspettare per la foto segnaletica, le impronte digitali e, chiaro, il pagamento. Mentre aspetto su una panchina di ferro surriscaldata (ormai l’impressione è quella di essere in un bagno turco)  vedo passare una giovane coppia di portoghesi: lui in bermuda come me e lei con dei pantaloncini striminziti. Mi dico che la legge è per tutti o per nessuno e procedo, sempre tra l’indifferenza generale, a sfilarmi i jeans e a sentirmi subito meglio. Sono ormai le 16 e 30 e mi sto quasi appisolando su una panchina nella sezione dove possono entrare solo i funzionari e quelli che hanno consegnato le pratiche quando qualcuno si avvicina chiedendomi che fine hanno fatto i suoi pantaloni. Riconosco Erminio che mi spiega che deve prendere un chapa (minibus che sostituisce gli autobus che praticamente non ci sono) e tornare a casa perché la sua giornata è finita. Restituisco i jeans corazzati, pago, ringrazio per l’assistenza provvidenziale e suggerisco un piccolo miglioramento: tessuto più leggero e niente zip o bottoni, solo un elastico per tutte le taglie. Erminio dice che non è una brutta idea e ci penserà.

Ormai verso le 5, e quando penso che oggi non ce la farò, mi chiamano per terminare la pratica. Al momento del pagamento estraggo i contanti per infilarli in una delle casse automatiche ma mi viene deto che è rischioso perché dopo le 5(!) le casse sono piene (!) e rischio di non poter concludere la transazione. L’idea di un’altra odissea mi fa velocemente estrarre la carta di credito che per fortuna viene accettata dal sistema. Al ritorno a casa dopo una doccia ristoratrice e un’abbondante reidratazione, trovo un piatto di penne al ragù e un bicchiere di Vermentino della Sardegna che mi riconciliano con il mondo.

Finisce così un’avventura cominciata a giugno per raccogliere tutti i documenti necessari ad ottenere un visto di lavoro per il Mozambico. Senza contare le ore che questo ha richiesto c’è il costo: 350 euro per il visto e 100 per la traduzione asseverata del certificato penale e per fortuna un amico notaio ha regalato un paio di autentificazioni che sarebbero certamente costate sulle 200 euro. Una volta entrati nel Paese si hanno 30 giorni (compresi sabato, domeniche e festivi) per ottenere un’estensione annuale del visto. Questo comporta processioni varie tra Nunziatura, Arcidiocesi, Ministero della Giustizia e degli Affari Religiosi per poi approdare al famigerato Ufficio Migrazione. Qui, dopo la gimcana descritta sopra e dopo pagamento di altre 450 euro più l’inevitabile multa che il richiedente deve pagare perché è quasi impossibile avere tutto entro i 30 giorni previsti, finalmente si ha un pezzo di carta nel passaporto che ti permette di stare tranquillo per un anno.  Ad aggravare il problema per noi religiosi è il fatto che tutto deve passare dalla nunziatura a Maputo per via di un concordato firmato nel 2019 e che secondo me, memore di quello che era l’iter nel passato, ha solo complicato le cose. In ogni caso, anche se non è un'esperienza piacevole, ho provato sulla mia pelle, anche se in forma minima e con disagio sopportabile, quello che milioni di persone devono affrontare in tutto il mondo per entrare e rimanere legalmente in un Paese che non è il loro. 

Una banconota di mille meticais.
Un euro vale circa 75 meticais (plurale di
metical)

Qualcuno si domanderà perché i missionari abbiano bisogno di un visto di lavoro dato che non solo non vengono pagati dalle diocesi che hanno grossi problemi anche solo a stipendiare i preti diocesani, ma in genere aiutano la realtà in cui operano tramite progetti e donazioni. Purtroppo questa è al momento la situazione per cui il visto ha lo stesso prezzo sia per qualcuno che lavori per una grande multinazionale petrolifera ( che oltre a percepire un ottimo salario viene spesato dall’impresa) che per uno che faccia sostanzialmente del volontariato.

lunedì 8 novembre 2021

Lavori in corso

 

Sono  passate quattro settimane dal mio arrivo e per fortuna gli amici che mi hanno accolto non hanno applicato il principio che l’ospite è come il pesce e che dopo tre giorni puzza!  Devo dire che è stato un grande e bel cambiamento: da una numerosa comunità di padri anziani a una famiglia con due bambini piccoli (6 e 3 anni) che con la loro vivacità (pur essendo ben educati sono comunque cuccioli che crescono) mi hanno infuso energia e ottimismo. Come in tante famiglie, i genitori vanno a lavorare il mattino e i bambini alla materna. Ma la famiglia è allargata e in casa c’è sempre una o più persone delle 6 che vi lavorano: la cuoca, la tata, il giardiniere, due guardiani e un autista. Per farla breve, quando siamo tutti presenti siamo in 11, quasi come la comunità di Treviglio!

La futura residenza











Sono andato varie volte a visitare la casa dove andremo a risiedere. Al momento un impresario della zona  sta controllando quali sono gli interventi urgenti che si dovranno fare a livello di impianto idraulico ed elettrico, prima di una profonda pulizia generale e di una bella imbiancata. Le persone che vi hanno vissuto negli ultimi due stanno pian piano tornando alle loro abitazioni. In un primo momento, visto che non abbiamo bisogno di tutta la struttura, sistemeremo la zona dove ci sono le camere e il blocco che racchiude la cucina e la lavanderia.

 









La chiesetta ha solo bisogno di una bella ripulita e può già essere utilizzata. Poi, una volta installati, penseremo a rendere il resto della casa abitabile un po’ alla volta.


La strada di accesso alla proprietà.

Pur trattandosi di un solo km di strada sterrata che va dalla strada provinciale alla residenza, questo tratto si allaga molto facilmente, anche solo dopo un semplice acquazzone. Sono curioso di vedere cosa succederà durante la stagione delle piogge!

Provvisorietà

 Questa parola è un po’ il “leitmotif” di questo primo mese. Ringrazio il Signore ogni giorno per le persone buone che ha messo sul mio cammino e che mi aiutano a riprendere il mio cammino in questo angolo di terra in fondo all’Africa. Ho smesso quasi subito di farmi prendere dalla fretta di risolvere le varie problematiche perché mi sarei mangiato il fegato inutilmente e non avrei concluso nulla. Al momento è un lavoro certosino di tessere rapporti, ravvivare conoscenze e stabilirne di nuove, studiare la realtà che mi circonda, avviare i lavori di ristrutturazione della casa, procurarsi un mezzo di trasporto e altro ancora.  Il tutto sperando che il mio visto di lavoro/residenza mi venga concesso a breve perché quello che ho sta per scadere e senza documenti in regola non posso aprire un conto in banca, ricevere un incarico ufficiale, entrare e uscire dal Paese liberamente… Può sembrare un atteggiamento un po’ passivo e rinunciatario ma, credetemi, ci sono dei muri di gomma contro cui è inutile intestardirsi a sbattervi contro.

Considerazioni generali

Maputo (forse 1½ milioni di abitanti ) dà l’idea di una città ancora in crescita (nonostante gli spazi per nuove costruzioni sia sempre più scarso) e certamente, durante il giorno, attiva e dinamica. Il traffico è abbastanza intenso e in certi momenti anche congestionato ma a livelli ancora accettabili. Se si pensa che la rete stradale cittadina è sostanzialmente quella creata dai portoghesi negli anni 60-70 e che i mezzi circolanti potrebbero essere cento volte di più, si deve riconoscere agli ingegneri di 50 anni fa di aver fatto un ottimo lavoro.

La spiaggia meridionale di Maputo. A destra campeggia il Gloria Hotel, l'enorme albergo cinese praticamente vuoto e,si dice, in vendita per 150 milioni di dollari

Nella capitale, che è nell’estremo sud del Paese, (per capire: è come se Ragusa fosse la capitale d’Italia)  si respira un’aria di normalità e di apparente efficienza. La città però diventa praticamente deserta dopo il tramonto. Il divieto di circolazione e la chiusura obbligatoria dei locali a mezzanotte (misure antiCovid)  probabilmente ha il suo impatto perché vuol dire che per le 11 è tutto chiuso e il movimento ridotto quasi a zero. A proposito di Covid , i numeri ufficiali restano molto bassi (quindici casi registrati ieri in tutto il paese su un totale però di soli 1400 tamponi) ma le misure restrittive continuano. Oltre al coprifuoco sopra accennato, vige ancora l’obbligo delle mascherine in tutti gli edifici pubblici (tranne quando si è seduti al tavolo di un bar o di un ristorante) e noto che moltissime persone la portano anche all’aria aperta. Le spiagge rimangono chiuse fino a metà dicembre, poi si vedrà. Sarà il momento in cui si chiuderanno le scuole e tantissime attività per la pausa estiva e prima di Natale arriveranno le ondate di vacanzieri provenienti dal Sudafrica assieme a migliaia di mozambicani che lavorano in quel paese e che rientrano per le feste e per le vacanze. Dovesse continuare l’emergenza, si aumenterebbe la vastità della crisi che ha colpito i settori della ristorazione e del turismo.

Maxi processo al sud e calma (apparente) al nord

Nella capitale è in corso un maxi processo in cui sono indagati personaggi importanti coinvolti nel caso “Debito nascosto”. Per chi fosse interessato in un riassunto della vicenda e sugli ultimi sviluppi vedere Mozambico: per il ‘debito nascosto’ Credit Suisse e Vtb patteggiano - Nigrizia Questo caso ha portato a galla un fenomeno noto da decenni ma che negli ultimi anni ha assunto proporzioni gigantesche e inquietanti: quello della corruzione delle alte sfere del governo e del partito al potere. Purtroppo questo cancro che porta all’impoverimento del Paese ha ormai infettato tutti i settori della vita pubblica.

Nella regione nord di Cabo Delgado, teatro di una feroce insurrezione da parte di un sedicente gruppo jihadista è tornata un po’ di calma. Apparente o reale, solo il futuro lo saprà dire. Rimane comunque una sfida importante per il governo, gli investimenti, le grosse multinazionali coinvolte e anche per i Paesi della regione. L’esercito ruandese e quelli della Comunità dello sviluppo dell’Africa australe (SADC) combattono da metà luglio, con un certo successo, contro il movimento d’insurrezione chiamato al-shabab, ma la normalizzazione è ancora lontana dall’essere garantita. Anche qui si può approfondire l’argomento leggendo l’intervista all’ex vescovo di quella zona, trasferito dal Papa per proteggerne l’incolumità. Mozambico, l'ex vescovo di Pemba: "Minacce di morte dal governo. Sono anni che lanciamo appelli a Maputo. Inutilmente" - la Repubblica

venerdì 15 ottobre 2021

Diario dei primi giorni

Lunedì 11

Dopo 5 anni di assenza (se non conto la breve visita di tre anni fa) eccomi di ritorno in Mozambico. Atterro all’aeroporto internazionale di Maputo alle 9.30 del mattino, accolto da una piacevole temperatura di 22°.Il volo da Malpensa passando per Doha è andato via liscio. Da porta a porta (Fuipiano – Maputo) ci sono volute 24 ore inframmezzate da piacevoli pause. I due velivoli erano pieni per un terzo –segno forse che la “normalità” non è ancora tornata – e questo ha reso il viaggio più piacevole. Ad aspettarmi all’aeroporto c’era Coco, moglie dell’amico Bertrand. È  in casa di questa giovane coppia francese con i loro due bambini che sono alloggiato perché per il momento sono “senza fissa dimora”! 

Il pomeriggio, dopo una bella siesta ristoratrice, sono andato a fare due passi con Coco sul lungomare. Mi sono ricordato di quando ho percorso questo tratto 33 anni fa, in compagnia di padre Alberto che mi aveva accolto al mio arrivo a Maputo. Allora infuriava ancora la guerra civile, il paese era inginocchio, le infrastrutture collassate, le strade piene di buche con poche macchine a circolarvi. Oggi l’arteria che costeggia il mare è un’ampia strada a quattro corsie, costeggiata di palazzi, ristoranti, uffici, negozi e abitazioni per la maggior parte nuove. Alla sera ci si ritrova con un’altra coppia di amici di lunga data, Stefano e Serina, per festeggiare l’occasione.

Martedì 12

Il mattino cerco di mettermi in contatto con l’arcivescovo ma il segretario mi dice che è occupato e che potrà ricevermi solo domani. Decido di passare dalla nunziatura apostolica per presentarmi ma anche il nunzio è indisponibile perché in viaggio. Procedo allora verso il Seminario S. Pio X dove ho trascorso 4 anni come professore e formatore negli anni 90. Incredibilmente la signora che lavora alla reception mi riconosce a più di 30 metri di distanza pur nascosto da mascherina e occhiali da sole e dopo 5 anni di assenza!

Già, la mascherina. Ancora obbligatoria quando si entra in locali pubblici o sui mezzi e in caso di affollamento. Ufficialmente ieri ci sono stati solo 15 nuovi casi su una popolazione di più di 30 milioni, e nessun decesso. Alle 11 di sera tutto dev’essere chiuso e quindi verso le 10 quasi nessun locale rimane aperto. Fa discutere la decisione di proibire l’accesso alle spiagge, giustificato però dalle autorità a causa della folla che si era riversata sulla costa 15 giorni fa in occasione di una breve riapertura. Si attendono sviluppi, soprattutto con l’estate ormai alle porte.

Mercoledì 13

Verso le 9 del mattino vengo ricevuto dall’arcivescovo di Maputo, il cappuccino Francisco Chimoio che conosco fin dai tempi in cui era giovane frate. Dopo aver parlato un po’, mi chiede se ho tempo e voglia di andare a vedere la zona dove ci chiede di installarci. Accetto prontamente e ci sistemiamo nel suo pickup Toyota con lui alla guida, rigorosamente nel suo saio francescano. Mi colpisce che non abbia l’autista e che la macchina sia un semplice camioncino, senz’aria condizionata. San Francesco docet…

Ci avviamo verso Boane, località a una quarantina di chilometri dal centro di Maputo. È un tratto di strada in buono stato  ma molto trafficato e con gli immancabili lavori in corso che ci costringono a continui rallentamenti. Arriviamo sul luogo dove sorge una piccola chiesetta costruita nel periodo coloniale quando era usata come luogo di culto soprattutto dai militari e dalle loro famiglie che vivevano nella vicina base. Adesso si utilizza il salone accanto e, in tempo di Covid, gli spazi aperti tutt’attorno. Mentre stiamo parlando, uno dei laici che ci accompagna, ci dice di aver ricevuto un messaggio da parte del Provinciale dei Padri dei Sacri Cuori (quelli di padre Damiano per intenderci, l’apostolo dei lebbrosi, immortalato nel film Molokai) che ci invita a visitare la loro casa situata nelle vicinanze. Si tratta di una struttura molto grande, lasciata dalla congregazione tre anni fa, dove vivono alcuni laici per impedire che la casa vuota venga saccheggiata. Così partiamo alla volta dell'abitazione  che dovrebbe diventare la residenza della comunità di cui sono il pioniere. Certo, ci sarà molto da fare per renderla abitabile e accogliente ma mi sembra strutturalmente sana. Tornando in città l'arcivescovo mi invita a pranzo e ci sediamo ad una tavola lunga 15 metri, per fortuna non alle estremità opposte!

Giovedì 14

Coco, la padrona di casa, mi invita ad andare con una sua amica alla località di Ponta de Ouro per visitare un progetto comunitario culturale-ludico pensato soprattutto per i bambini. Ponta de Ouro è una rinomata stazione turistica all’estremo sud del Paese, distante un centinaio di km dalla capitale. Come in tante altre parti del mondo, il Covid ha avuto pesanti ripercussioni sulle attività legate al turismo. Molti locali sono ancora chiusi e i primi turisti, soprattutto sudafricani, cominciano solo ora a riapparire. La cittadina ha un’aria spenta e dimessa. Inoltre le spiagge sono ancora chiuse (più precisamente a Ponta è proibito entrare in acqua!) ed è un peccato perché ieri avremmo fatto volentieri un bagno nelle acque trasparenti etiepide dell’Oceano Indiano visto e considerato che alle 3 del pomeriggio la colonnina di mercurio indicava i 38 gradi!


lunedì 20 settembre 2021

Settembre, andiamo. È tempo di migrare


Dopo un'alquanto laboriosa richiesta del visto d'entrata in Mozambico, non solo quest'ultimo è incollato nel mio passaporto da una settimana ma è anche ora di preparare il viaggio perché il tempo della partenza è ormai vicino. 
Conto di involarmi verso l'emisfero australe il 10 ottobre prossimo. Destinazione: Boane (città e distretto), nel sud del Mozambico, a metà strada tra la capitale, Maputo e la frontiera con il regno dell'Eswatini (ex Swaziland). Troppo presto per dire che situazione troverò e cosa mi sarà chiesto di fare. Preferisco arrivare sul posto e poi dare informazioni attendibili e di prima mano.
Per gli aggiornamenti, controllate questo spazio. 






venerdì 5 aprile 2019

Mozambico. Danni enormi e paura epidemie. Ma la vita riprende.


Sono passate esattamente tre settimane da quel venerdì 15 marzo in cui le centinaia di migliaia di persone della città di Beira e della regione circostante, hanno constatato, dopo una notte di paura, gli effetti devastanti del ciclone Idai. Case distrutte, senz'acqua e luce. Strade impraticabili. Morti e feriti.
Il bizzarro percorso del ciclone Idai
Purtroppo il peggio doveva ancora venire: il ciclone nella sua furia si è diretto verso il vicino Zimbabwe scaricando torrenti di pioggia che sono andati ad alimentare fiumi già gonfi di acqua che si sono riversati nell’Oceano Indiano andando a colpire nuovamente le popolazioni  residenti nelle pianure alluvionali della provincia di Manica e Sofala.
I tre Paesi colpiti, Malawi, Mozambico e Zimbabwe non solo piangono più di un migliaio di vittime ufficiali ma sono prostrate dopo un flagello che ha distrutto infrastrutture, sepolto chilometri quadrati di campi coltivati sotto una spessa coltre di fango e di sabbia e spazzato via i sacrifici di una vita.
Ovunque si guardi lo scenario presenta una devastazione diffusa. Ci vorranno anni di duro lavoro e di finanziamenti massicci per sanare una zona in preda a grosse criticità ancor prima della terribile mazzata sferrata dal ciclone.
Amelia, con la piccola Sara partorita in un albero, dove si era rifugiata
per sfuggire all'inondazione. Con lei il figlio maggiore, 2 anni.
I tre sono stati salvati dopo 2 giorni annidati fra i rami e stanno bene
Pian piano la vita riprende, tra mille difficoltà e ostacoli. Non piove più da un paio di settimane e questo potrebbe voler dire che la stagione delle piogge si è conclusa. Al momento si registrano centinaia di casi di infezione colerica anche se è in atto una massiccia campagna di vaccinazione contro il morbo. Purtroppo in molte zone la gente è ancora costretta a bere acqua infetta. Viste le drammatiche condizioni di un numero enorme di persone, si prevede anche un considerevole aumento di casi del grande killer di quelle zone, la malaria.
Delle 130mila persone che si erano rifugiate nei centri di assistenza sono varie quelle che ritornano a casa ogni giorno. Spesso trovano appena qualche traccia delle loro misere abitazioni ma è lì che vogliono ricominciare. Qualche palo o canna di bambù, un po’ di paglia come tetto e una stuoia su cui allungarsi la notte: si ricomincia così, quasi da zero.

Appello dell’Arcidiocesi di Beira

Tra le quasi 3500 scuole distrutte totalmente o parzialmente dal ciclone, ci sono anche quelle che appartengono all’arcidiocesi di Beira.
Pubblico di seguito l’appello della commissione ad hoc che ho ricevuto ieri

Carissimi amici,
Nella misura in cui i giorni passano, ci rendiamo conto dei segni lasciati dal ciclone Idai in ogni angolo della nostra Diocesi. Ci consola il fatto di sapere che non siamo soli, che molte persone accompagnano da lontano o da vicino la nostra sofferenza, pregando per noi e cercando di aiutarci. Pensando alla situazione della rete di scuole cattoliche che raggiunge più di 23 mila alunni e ingloba scuole di livello medio e superiore, alfabetizzazione di adulti edi formazione agraria e professionale, la Commissione di Emergenza Ciclonica ha deciso di dare inizio alla campagna di riabilitazione di alcune scuole di insegnamento medio e superiore in generale. Sono nove le strutture che hanno maggiormente bisogno di intervento.

Quattro nella città di Beira

Scuola della cattedrale
1. SCUOLA MEDIA/SUPERIORE DELLA CATTEDRALE: quartiere Ponta-Gêa, 9 aule danneggiate;
2. SCUOLA MEDIA/SUPERIORE “NOSSA SENHORA DE FÁTIMA”: quartiere Esturro, 9 aule danneggiate;
3. SCUOLA MEDIA/SUPERIORE “SÃO JOÃO BAPTISTA”: quartiere Matacuane,  6 aule danneggiate;
4. SCUOLA MEDIA/SUPERIORE “SÃO JOSÉ”: quartiere Munhava, 18 aule danneggiate;

Quattro nella zona di Manga, a 10 km da Beira

Scuola Santos Incentes
5. SCUOLA MEDIA/SUPERIORE “SAGRADA FAMÍLIA”: 13 aule danneggiate;
6. SCUOLA “BOM PASTOR”: 6 sale di aula danneggiate;
7. SCUOLA COMUNITARIA “SANTOS INOCENTES”: 29 aule danneggiate;
8. SCUOLA “JOÃO XXIII”: 9 aule danneggiate;

Una nella zona di Inhamizwa ( a 20 km da Beira)

Scuola Sagrada Familia
9. SCUOLA “NOSSA SENHORA DA PAZ”: 5 aule danneggiate

Secondo il parere tecnico di una impresa legata all’ambito della costruzione civile, il rifacimento del tetto di ogni aula di 42 mq costerebbe circa 140mila meticais (2mila Euro) e per il recupero totale di tetto, porte, finestre e pitturai, il costo si aggira sui 210mila mt (3mila Euro)
Se volete impegnarvi con noi a beneficio dell’istruzione dei nostri alunni, potete partecipare versando la vostra offerta sul conto bancario qui sotto, specificando nella causale che la donazione è per la ricostruzione delle scuole.
c/c intestato a : Diocesi di Vicenza
c/o Banco BPM – Vicenza
IBAN IT77 M 05034 11806 000000003528
Causale: Progetto ricostruzione scuole diocesi Beira

Nel caso facciate qualche donazione chiediamo di informarci inviando una mail a arquidiocese@diocesebeira.org 

martedì 2 aprile 2019

Mozambico. Notizie da Beira

Ecco alcune notizie giunte ieri e l'latro ieri. Il primo è un comunicato della Diocesi di Beira


 Carissimi amici,

stiamo iniziando oggi una nuova settimana e un nuovo mese, il mese di Aprile che ci porta a camminare a grandi passi verso la Pasqua di Risurrezione. Sono passati 17 giorni dall’arrivo del terribile ciclone Idai che fatto precipitare Beira e la Provincia di Sofala in una situazione di emergenza e grande necessità, ma nonostante tutto non mancano le testimonianze e i segni di speranza che dicono la voglia di ricominciare e di andare avanti, facendo tutto quello che è possibile in questo momento.
La chiesa di Macuti prima del Ciclone
Un segno di vita e speranza lo abbiamo colto ieri nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù - Macuti dove è stata celebrata la messa con la presenza del nostro pastore, il Vescovo Claudio. Questa parrocchia, per la

Dopo il ciclone
sua posizione molto prossima al mare, è stata la più colpita dal ciclone che l’ha praticamente distrutta. Dopo un primo tempo di smarrimento, di lacrime e di dolore, i parrocchiani stanno mostrando una grande forza di unione e di appartenenza.
Questo si è reso visibile nel grande lavoro di pulizia degli spazi parrocchiali dalle macerie della distruzione realizzati durante due sabati mattina e poi dal desiderio che questa messa fosse celebrata proprio li vicino ai resti della loro chiesa. É stata montata una grande tenda adibita a spazio celebrativo, con un altare provvisorio, il resto delle sedie e dei banchi che si sono salvati, ma tanta gente era fuori, in piedi, l’importante è stare uniti e vivere intensamente questo momento.
La tenda ha una simbologia molto forte, ci ricorda la provvisorietà del nostro cammino di vita e la necessità di non aggrapparci alle cose e alle sicurezze materiali, ma essere capaci di interpretare alla luce della fede le situazioni che si stanno vivendo e confidare nella Provvidenza divina.
Ieri, quarta domenica di Quaresima, in tutte le parrocchie della nostra Diocesi, abbiamo celebrato la messa e pregato per tutte le vittime del ciclone. L’offertorio della messa è stato destinato alle persone più povere di ogni parrocchia. Per questa occasione il vescovo Claudio ha mandato un messaggio che è stato letto in tutte le parrocchie cercando di aiutare i fedeli a trovare un senso cristiano alle esperienze che si stanno vivendo, guardandole nella prospettiva del cammino quaresimale che stiamo vivendo. Il deserto è luogo di povertà, di sofferenza e di tentazione, ma è anche cammino verso il bene, verso la terra promessa, verso la vita in pienezza. La voce del Signore che ci chiama ad attraversare il deserto provocato da questa grande calamità, ci vuole indicare una opportunità di conversione e di crescita. La nostra Diocesi può uscire da questo doloroso passaggio rinnovata, più attenta ai poveri, più unita e capace dei vivere luminosamente la dimensione sociale del Vangelo. Una Diocesi che non si limita alle celebrazioni dentro alle chiese e cappelle, ma forse, passando per le stesse ferite che gli edifici hanno sofferto, può imparare a vivere la carità e la misericordia.
Avanziamo con rinnovato vigore verso la Pasqua, facendo tutto quello che ci è possibile per diminuire la sofferenza dei nostri fratelli e rialzare la nostra fronte, collaborando tra famiglie, comunità e parrocchie. Il Signore Gesù cammina con noi in questo duro deserto quaresimale di quest’anno 2019, condivide la nostra sofferenza affinché un giorno possiamo condividere la sua vita.
Commissione di Emergenza ciclonica

Beira, 01 di Aprile 2019

Comunicato del responsabile dei Padri Bianchi


Ai Confratelli, amici, benefattori e persone di buona volontà, alcuni giorni fa vi ho inviato un messaggio urgente per informarvi della nostra situazione nell’immediatezza della catastrofe che ci ha colpiti e per chiedere aiuto e sostegno.
Da allora il Vescovo di Beira ha convocato una riunione urgente dei collaboratori pastorali per iniziare a conteggiare i danni e prevedere le nostre prossime mosse. Senza contare coloro che hanno perso la vita, la gente ha un bisogno enorme di cibo, acqua potabile e alloggio.
In alcuni casi la gente ha saccheggiato i negozi per avere cibo e senza temere la presenza della polizia. Non siamo sicuri che gli aiuti alimentari potranno arrivare dappertutto. La maggior parte delle chiese parrocchiali o cappelle succursali sono in rovina o senza tetto. Così come molti conventi o canoniche.
Ogni attività pastorale è stata sospesa per stare con la gente e cercare di condividere la loro sofferenza e cercare di portare incoraggiamento collaborazione e speranza. Ci interroghiamo tutti sul senso di ciò che è accaduto e chi chiediamo che cosa il Signore abbia voluto farci capire attraverso questa calamità.
La 4 Domenica di Quaresima è dedicata alla preghiera per tutte le vittime del ciclone Idai. In ogni parrocchia di farà una colletta per aiutare i bisogni più urgenti. Ma la triste realtà e che al mercato i prezzi di ogni cosa sono saliti alle stelle. Soprattutto quelli dei generi alimentari e dei materiali da costruzione.
Al nostro Centro di Formazione di Nazaré hanno iniziato a sgomberare il terreno da tutte le macerie in modo che si possa circolare senza percolo di farsi del male inciampando in ogni genere si rottame e di alberi caduti. Finora manca l’elettricità. Solo pochi ‘eletti’ ne hanno l’uso e in città a Beira non ci sono più generatori elettrici in vendita ; bisogna farli venire dalle altre città del paese.

Chi ha perduto la casa riceve una tenda dalla Croce Rossa. 
I campi sono stati completamente inondati o portati via dalla corrente impetuosa e già pensiamo alla carestia che sorgerà nei prossimi mesi. Non siamo ancora in grado di fornire stime più o meno esatte sui bisogni soprattutto economici per riparare i danni causati da questa catastrofe e per venire in aiuto a coloro che hanno bisogno di tutto. Lo stiamo facendo pian piano. Neanche possiamo ancora dire quanto ci costerà riparare e rimettere in funzione le nostre strutture. Regna ancora un caos generalizzato che non aiuta a riflettere pacatamente. Ma poco a poco cercheremo di vederci più chiaro e vi terremo informati.


Boris Yabre, M.Afr. Delegato Provinciale

Per il testo integrale:  francese  inglese

Comment aider le secteur du Mozambique

How to help the Mozambique Sector



Ultimi dati ufficiali


Le autorità mozambicane hanno comunicato stamattina che i morti accertati sono 598 e i feriti 1641; le persone colpite,cioè quelle che hanno perso la casa, o non hanno cibo o che hanno bisogno di qualche tipo di assistenza sono quasi un milione. Le aule danneggiate sono 3.344; 150.854 gli alunni interessati. Nei 136 centri di assistenza sono ancora alloggiate più di 130mila persone.
Sul terreno sono presenti un migliaio di persone specializzate per i primi soccorsi in questo tipo di calamità, 22elicotteri, 42 navi, 25 aerei, tre fregate, 15 camion e 17 droni.